Sono assetato di una stessa vita
per tutti, povera o ricca è uguale,
una sola vita che mischi i respiri
sotto la stessa carne di un paese;
un paese lo senti quando trema
quando arriva l’offesa, la ferita;
solo allora non c’è più la litania
lamentosa dei giorni vacui e afflitti,
solo allora si può abbracciare quel dio
che vaga perso da un paese all’altro,
solo allora saremo tutti insieme
per la gloria breve di essere al mondo
proprio qui sulle spine dell’altura
dove la vita se non punge sfugge.
Vivere è lasciarsi umiliare. Lo scrittore è uno che vive per lasciarsi umiliare. Non ci sono altre vie. Esporsi col petto in fuori, avanzare in campo nemico, chi scrive veramente ha sempre fatto questo, non può fare altro che questo. Non ci sono scudi, non ci sono trincee. Ogni tanto c’è qualcuno che lo colpisce. Chi scrive veramente è un bersaglio facile. Non ha guardie del corpo, non può contare neppure nella gabbia del suo corpo. Un essere infinitamente sgusciato, senza famiglia, senza amici. Un animaletto atterrito che cerca di farsi una tana dentro la parola. Una tana trasparente. La parola è aria ricamata col filo della carne. Un filo che si spezza continuamente e continuamente ti chiede di essere riparato. Non c’è tempo, non c’è più tempo per inventare storie, ma solo per farsi colpire. Si sale sul ring senza guantoni, si cerca uno sguardo gentile mentre gli altri ci martellano il fegato.
È la vigilia di Pasqua. Sono uscito alle quattro del pomeriggio per trovare qualcuno con cui parlare della mia candidatura. Nessuno in piazza. Nei bar guardavano le partite. Sono tornato a casa dopo dieci minuti con l’idea che potevo scrivere qualcosa sulla mia infelice uscita. In realtà tutte le cose che ho scritto vengono da queste uscite deludenti.
Dopo mezz’ora sono tornato fuori. Questa volta con la sicurezza di avere una cosa da fare precisa: c’è il cinema aperto e fanno Caos calmo, il film con Moretti. Sto in piazza in attesa che apra il cinema e trovo anche una compagnia. È il mio amico Vito Cafazzo, preside dell’università degli accidiosi. Alle sei ci sistemiamo in sala. La proiezione parte. Dietro di noi c’è un trittico formato dalla dottoressa Lo Buono detta Pupetta; da una signora anziana vedova di un barbiere, detta Maria La Bionda; e dalla signora Clara, vedova e maestra di scuola materna in pensione. Davanti a noi ci sono le due figlie di Natalino Panno, un dipendente comunale morto molti anni fa. Non so cosa fanno e dove vivono.
Il film procedente lentamente e il protagonista, sistemato su una panchina davanti a una scuola, lentamente vede formarsi intorno a lui una piccola comunità. Durante la visione penso a questi giorni in cui tento vanamente di parlare di qualcosa a qualcuno. Non sono come Scotellaro a Tricarico. Non sono un ventenne destinato a morire di crepacuore. Sono candidato per un partito che è dalla parte dei poveri e dei ricchi e anche di quelli che stanno in mezzo. Ma il problema non è il partito che mi ha candidato. Il problema è il mondo e il fatto che non sta più in piedi. Ieri a Foggia mi sembrava che anche i balconi avessero solo voglia di cadere. Nel centro commerciale sentivo che in realtà l’apocalisse è in corso, ma non è una cosa bruciante, è un’apocalisse comatosa. Potrei dire, rovesciano il titolo del film che sto vedendo, che il mondo vive un coma frenetico. Questo coma si vede e si sente benissimo al mio paese, nella parte vecchia in special modo, quando ci sono le feste meglio ancora. Quando il film è finito fuori c’era un solo spettatore che stava aspettando il secondo spettacolo, Antonio Antoniello, disoccupato che ha perso la madre da poco e che ora vive col padre pensionato. Lui prima aveva l’hobby della fotografia, adesso non so come passa il tempo. In piazza solo un paio di passeggiatori. Prendo la macchina e torno a casa. Il paese è avvolto in un buio nerissimo. Qualcosa del genere ha scritto in questi giorni anche un mio amico marchigiano che era stato a trovarmi un mesetto fa.
A questo punto il resoconto della serata può finire. Non c’è bisogno di aggiungere frasi memorabili, limpide o concitate. Mi pare che questa serata sia perfetta così per illustrare questa penosa campagna elettorale nella società dell’autismo corale. Nessuno ha più niente da dire e da dare. Ognuno pensa di essere il centro del mondo e cerca di appagare in qualche modo la sua inquietudine isterica e inconcludente. La lotta non è tra le liste, ma tra ognuno di noi e tutto il resto del mondo. C’è una noia spaventosa che sommerge ogni cosa. È triste dirlo, ma senza una grande guerra, senza una grande catastrofe ecologica , sembra che il tempo scorra inutilmente. Si parla tanto di stipendi, ma la verità è che si è sfiatata proprio l’idea di stare al mondo. La vita è come un sacco vuoto che non riusciamo mai a riempire. Siamo continuamente istigati a risolvere qualche problema, a trarre profitto da ognuna delle circostanze in cui ci troviamo. Forse dobbiamo riprendere a fidarci degli errori e dei fallimenti, dobbiamo considerare la nostra anima un miraggio come gli altri e non una cassaforte da rimpinguare.
La prossima volta che vado a parlare da qualche parte dirò queste cose oppure non dirò niente. Sarebbe bello proporre mezz’ora di silenzio. Immaginate cinquanta persone ferme in una sala per mezz’ora senza che nessuno dica una parola. Forse sarebbe un avvenimento memorabile e alla fine ci sarebbe più affetto, più vicinanza. Forse sarebbe una finzione come le altre, uno spettacolo che segue altri spettacoli. La verità che dobbiamo inventare riti e cerimonie che siano in sintonia col tempo in cui viviamo. Abbiamo bisogno di sentire che dobbiamo risolvere tutto entro stasera, domani è già tardi. Figuriamoci se ci può interessare sapere chi vincerà una competizione che avrà luogo fra venti giorni.
dicono che vogliono servirci.
sono fantasmi più che camerieri.
portano il fumo nei bicchieri.
Oggi leggevo in fondo a un articolo pubblicato su un giornale locale che
Oggi pomeriggio ho partecipato a un’assemblea scolastica. Ebbene anche in questo caso mi sono reso conto che i problemi che emergevano sono lontanissimi dall’agenda elettorale. La classe di cui si parlava è composta di trenta alunni stipati in un locale assolutamente inadeguato. Locali che si trovano in un paese, Sant’Angelo dei Lombardi, sicuramente non sprovvisto di rappresentanti politici. E allora come la mettiamo? È più importante dove si colloca Mario Sena o dove sono collocati i nostri figli?
Sono andato all’assemblea nonostante la febbre e domani riprendo i miei giri per i paesi anche con la flebo. E qui viene un’altra questione che balza agli occhi in queste prime battute della campagna elettorale. Mi pare che anche se i candidati si accalorano per sottolineare l’importanza dell’evento, la società irpina sia piuttosto indifferente. Forse non ci sono grandi differenze tra le forze in campo, ma bisogna considerare la politica non come semplice delega a questo o a quel personaggio. Non sarà questa scelta a cambiare il clima della nostra provincia, ma l’atteggiamento quotidiano di ognuno dei cittadini. Avere buoni medici e buoni insegnanti, avere cittadini più attenti al bene comune non è cosa che si risolve con le elezioni, ma nemmeno si può considerare la vicenda elettorale come un peso da subire in attesa di passare al peso successivo.
1960.
L’anno in cui a molti arriva l’acqua nelle case, ma sono ancora lunghe le file alle fontane.
1961.
Dentro una cantina c’è una rissa che poi continua per strada. Un ubriaco uccide un altro ubriaco.
1962.
Lo stuolo dei corvi intorno al castello. Gli asini che tornano dalla campagna. Nella sezione del partito comunista un vecchio manifesto con la scritta: la terra a chi la zappa.
1963.
Passano nella cantina quelli che vanno via. Salutano tutti già molti giorni prima. La maggior parte vanno a Torino.
1964.
La pasta accattata al posto della verza nera. Lessata, fritta in olio o lardo con aglio e peperoncino. La verza cresciuta sui dirupi, maturata al sole che usciva verso sera.
1965.
Alla farmacia arrivò una medicina per curare la bronchite. Non era più necessario spalmare sul torace un unguento ricavato da sette pezzi lardo di sette famiglie diverse.
1966.
Quando muore Alfonso Luongo al suo asinello viene messo un nastrino nero al collo.
1967.
Al matrimonio di Tonino il macellaio il padre della zita litiga furiosamente coi parenti del genero. Poi il concertino riprende a suonare la musica di Rosamunda.
1968.
Alcuni maestri disoccupati fanno una manifestazione per reclamare un posto di lavoro.
1969.
Per la prima volta i democristiani prendono più voti dei comunisti. Il senatore ha già cominciato a dare i posti. Uno che faceva il muratore fa il bidello. Un falegname fa l’infermiere. Un imbianchino fa il custode del cimitero. Alcuni si comprano il quartino a Napoli o a Salerno.
1970.
In uno scantinato di via Garibaldi si impicca Concetta Scarano. La trovano sospesa tra la fiamma del camino e il legno tenebroso del soffitto.
1971.
Coi soldi della Svizzera molti mettono la carta da parati nella stanza da letto. Compaiono vasche da bagno e termosifoni. Altri rifanno l’ingresso della casa con lisce listarelle di marmo al posto della pietra ruvida dei portali.
1972.
Le partite tra quelli che vanno all’università e quelli che fanno il magistero sono molto affollate. Le ragazze fanno il tifo in prevalenza per gli universitari. Il più amato è Salvatore Pizza. Un giorno ha fatto un gol con una rovesciata da fuori area. Nelle sere in cui si va a ballare molti si macchiano i pantaloni. Salvatore è l’unico che quando fa i lenti non si struscia.
1973.
In sessantasei si diplomano come maestro elementare. Vito Pandiscia va a fare il postino a Milano. Leonardo Pisa trova un posto a Cremona. Michelino Cafazzo comincia subito a fare supplenze in una scuola di campagna.
1974.
C’è chi comincia a fare i pranzi di matrimonio fuori dal paese. Nel bar di Miscia ragazze e ragazzi parlano in continuazione. Quelli che tornano dalla Svizzera portano cioccolate e sigarette.
1975.
Muore di cancro il maestro Balascio. Era da mesi che si parlava di questa sua brutta malattia. Il giorno del funerale il paese s’inventa un silenzio che non si era mai sentito. Anche l’acqua dal lavandino esce più fredda.
1976.
Alla festa dell’unità viene un gruppo della Romania, ma il paese si comincia a riempire di macchine, telefoni, frigoriferi, ferri da stiro.
1977.
Nella finale del torneo dei bar si gioca fino a notte inoltrata. Gli spettatori accendono i fari delle macchine per vedere i calci di rigore.
1978.
Qualcuno comincia a farsi la casa lontano dagli altri. Un consigliere comunale lascia la moglie. Alla manifestazione del primo maggio lo slogan più gridato è questo: l’Irpinia si batte per produrre carne e latte.
1979.
L’amministrazione di sinistra compra il castello per cento milioni. Nino Mecca torna dalla Svizzera e apre un bar di lusso. Chiudono due cantine. Si scioglie il gruppo musicale dei giovani. Le macchine di noleggio ogni giorno portano una cinquantina di persone ad Avellino. Il grano ha un buon prezzo. Alcuni si mettono ad allevare conigli.
1980.
Il senatore diventa sindaco. Qualche mese dopo la terra trema mentre era in corso un’assemblea sulla disoccupazione giovanile.
1981.
Il senatore si compre il loden verde che porterà per tutto il tempo che sarà sindaco. Di macchine, invece, ne cambierà tante, una ogni sei mesi. Comincia a funzionare l’ospedale che era stato aperto subito dopo il terremoto. C’è un medico che fa un sacco di operazioni allo stomaco perché gli riescono benissimo.
1982.
Comincia la ricostruzione nelle campagne. Dove c’era un rudere, uno scariazzo per i porci viene edificata una casa in cemento armato. Comincia il valzer delle betoniere.
1983.
Il pescivendolo che viene da Molfetta comincia a venire due volte la settimana. Prima vendeva solo alici, adesso porta spigole e orate.
1984.
Gli impiegati comunali diventano aumentano da sessanta a settantacinque.
1985.
Il paese è pieno di ditte che vengono dal nord per fare la ricostruzione. Architetti, geometri e ingegneri salgono ogni mattina le scale del Comune. Apre un negozio di ottica, e pure un ristorante e una pizzeria.
1986.
La parola più usata in paese è “contributo”. Si riferisce ai soldi che lo Stato dà per farsi la casa tutta nuova o per aggiustare la vecchia. Il problema non è avere un contributo, questo è assicurato per tutti, ma riuscire ad averne due o tre. Il senatore sta a Roma, ma conosce i problemi di ognuno e cerca di non scontentare nessuno.
1987.
Il paese nuovo comincia a prendere la sua forma dadaista. Il merito è tutto di un architetto estroso e tirchio. Il paese sembra disegnato con le unghie più che con la matita.
1988.
Il numero delle case supera quello degli abitanti. Il senatore diventa ministro. Il capo dell’opposizione quando riceva la notizia non ci crede.
1989.
Durante i suoi comizi il senatore dice sempre le stesse cose in un italiano sgrammaticato. La frase che non manca mai è questa: io garentisco.
1990.
Cominciano i lavori di costruzione della nuova chiesa. Un piano della scuola elementare viene requisito per dare spazio agli uffici tecnici del Comune.
1991.
In paese si parla solo di contributi. Se ne parla ai funerali, agli sposalizi. Apre un negozio di abbigliamento per bambini e un altro negozio di ottica.
1992.
Il principale commerciante di materiali edili ormai è diventato ricchissimo. Gli eventi della politica nazionale cominciano a gettare qualche ombra sulla situazione locale.
1993.
Si parla dello scandalo della ricostruzione. Gli oppositori locali al senatore sono come ringalluzziti. Viene occupato il Comune per chiedere conto di come sono stati spesi i soldi della ricostruzione.
1994.
Siccome non si possono togliere i soldi a chi li ha presi indebitamente, siccome di soldi ne sono stati spesi tanti, lo Stato decide di bloccare gli stanziamenti per la ricostruzione. La decisione non tiene conto del fatto che la ricostruzione è stata realizzata neppure al cinquanta per cento.
1995.
Le grandi ditte del nord cominciano a ritirarsi. Comincia una stagione di contenziosi tra ditte e cittadini. Il senatore abbandona e dà spazio a un suo uomo di fiducia.
1996.
Il paese nuovo ormai esibisce tutto il suo splendore di blob dell’urbanistica. Il paese vecchio è un cantiere abbandonato.
1997.
Il pescivendolo Tonino comincia a lamentare un calo dello smercio. I ragazzi che non hanno studiato da architetto, geometra o ingegnere deve riprendere la via dell’emigrazione.
1998.
La gente si lamenta delle case nuove, sono fredde e scomode. La popolazione continua a diminuire. Solo nel mese di marzo muoiono venticinque persone.
1999.
Viene scongiurato il pericolo che venga installata una megadiscarica vicino al paese. L’evento positivo è come una goccia nel mare delle lamentele e recriminazioni in cui è annegato il paese. L’ospedale continua a funzionare malissimo e bisogna fare molte battaglie per evitarne la chiusura.
2000.
Arriva il nuovo secolo e un nuovo sindaco, ma non cambia niente. Il pesce più venduto tornano le alici, spariscono le spigole e le orate.
Quasi ogni giorno nelle ore di spacco
porto la mente fuori dal suo sacco
Stamattina c’era il buio che sta qui
da tre mesi, ma nei bar e nelle case
non c’era nessuna luce accesa:
bar Vitale, e l’Antica Caffetteria
Zichella, Ziccardi, Di Geronimo
Agorà, Seven Stars, e uno senza nome.
Tane del buio dov’erano acquattati
un po’ di vecchi taciturni e secchi
e qualche mesto giovane spaiato.
L’ultima volta che ho scritto di Lacedonia mi sono usciti questi versi. Adesso sono qui in una mattina di metà dicembre soprattutto con l’idea di fare delle fotografie. Ho una lieve eccitazione. Mi sento come un cacciatore che inizia la sua battuta a caccia della desolazione, dello sfinimento. E questo è un luogo ideale. Non bisogna fare molta strada. Il paese è raccolto. Qui c’è ancora una piazza dove passano tutti. La forma urbanistica è la stessa che c’era prima del terremoto. La prima cosa che avvisto è proprio un manifesto dove si parla del problema della ricostruzione. È incredibile che qui, dove il terremoto ha fatto pochissimi danni, dopo ventisette anni venga dedicato all’argomento ancora tanto spazio. Trascrivo integralmente il testo e vado avanti rinfrancato come se avessi subito colpito la prima bestia. Arrivo in piazza da corso Matteotti. Mi appunto che vi stanno parcheggiate quattro macchine: una Mercedes, un’Audi, due fuoristrada. Ora sono davanti a un bar. Ascolto una conversazione tra un insegnante in pensione e un altro signore che non conosco. Parlano del costo del grano e del mangime. Ho un passo insolitamente energico. Tutto quello che guardo mi sembra interessante. Al capo opposto della piazza mi segno i nomi dei morti: Sciretta Nicola, morto in Australia, Franciosi Gerardo, ad Almese, Torino. Entro nella sede del Napoli club: in fondo alla saletta c’è Vincenzo Saponiero. È uno scapolo che ha sposato il paese ed è sempre pronto ad alimentare ogni iniziativa, ma sono iniziative di cui ci si accorge quando persone come queste passano a miglior vita. In un momento in cui ognuno è accanito a seguire vicende strettamente private, appare quasi un’anomalia il comportamento di chi si occupa della propria comunità.
Vado a fare qualche fotografia nei vicoli. Ogni tanto spunta un’anziana donna e puntualmente la inquadro nel mio obiettivo. La piazza non è mai lontana e quando sono stanco della desolazione periferica vado a cogliere quella centrale.
Donne con buste bianche vanno e vengono, sempre una alla volta, ciascuna seguendo una traiettoria che è la stessa di ogni giorno. Intuisco la forma della panella di pane, il rosso sbiadito dei mandarini. Sono qui per guardare e basta e quando incontro un professore che so molto loquace ho un attimo di disappunto. In realtà il professore mi dice cose assai interessanti. Il guaio è che io sono stanco di sentire gli irpini che parlano, sono stanco di tutte le parole, anche delle mie. Forse per questo ho appena finito un video sui paesi irpini in cui non ho messo neppure una parola. Ultimamente parlare mi fa anche venire il mal di testa.
Il professore mi ha consigliato di andare a visitare un cantiere dove a suo parere è in costruzione un’opera inutile. Siamo in zona Por Campania, 2000-2006, misura 5.1, basterebbe questa sigla per capire che forse si tratta della solita appalteria per frusciarsi un po’ di pubblico denaro. L’indicazione dell’opera dice tutto: lavori di ristrutturazione per la realizzazione di una vetrina del distretto industriale di Calitri. Prezzo: quasi novecentomila euro. Dunque, qui si sta realizzando una vetrina di un palazzo che non esiste.
Torno in piazza e trovo un manifesto funebre appena affisso: Petito Pasquale è morto a Bra, provincia di Cuneo.
Vado vicino al vecchio istituto magistrale. C’è un signore che è uscito davanti alla porta a prendere un poco d’aria. Gli chiedo quanti sono adesso gli studenti: una cinquantina, mi risponde. E subito dopo attacca una filippica contro gli insegnanti che non avrebbero neppure la forza di fare i figli.
Questo istituto ha diplomato un numero impressionante di maestri. Molti hanno continuato diventando presidi o professori o anche medici o avvocati, ma specialmente professori di educazione fisica. Un paese di quattromila abitanti ha sfornato duecento professori di educazione fisica. La prestanza fisica dei lacedoni è evidente. Basta guardarli, sono più alti della media della popolazione meridionale. Questo è un pezzo di Dalmazia trapiantato in Irpinia. E non c’è solo l’altezza. Il modo di parlare, i tratti dei volti: qui non ci sono dolcezze. Tutto è aspro, irsuto. Lacedonia è insieme a Bisaccia il cuore dell’Irpinia d’Oriente. Qui se parli con qualcuno senti sempre un umore vagamente filosofico, come se la vita fosse accompagnata da continui pensamenti e ripensamenti. Più che nella terra del rimorso, siamo nella terra della recriminazione.
Incontro il sindaco e mi fa cenno dei progetti per dare lavoro ai giovani, ma un altro interlocutore subito gli ricorda qualche piccola inadempienza di poco conto. Il paese come focolaio della maldicenza celebra ancora i suoi fasti. Tutti sanno tutto di tutti, ma a patto che siano notizie negative. Un paese di insegnanti tristi e agricoltori scontenti, questo è Lacedonia. Cattedre e trattori, cose che non si mischiano e formano una vita sociale dal gusto acido. Si esce, ci si incontra, ma lo si fa solo per demoralizzarsi l’uno con l’altro. La vita sociale come una Caporetto a oltranza.
Entro in un bar. La barista ha messo tra le mani di sua madre un bicchiere di carta con due dita di latte e caffè. L’anziana donna ha novantacinque anni ed è nervosa perché la figlia non vuole che lei vada ancora in campagna. Faccio la mia foto, potrei restare un po’ al caldo a parlare con loro, ma sfuggo anche a questa conversazione. Oggi mi suona tutto un po’ falso, le parole che dico e quelle che ascolto. Mi piacciono le persone che trovo per strada, mi piace osservarle da lontano. Guardare un’andatura, lasciare che ci passi accanto ignorandoci, un po’ come accade ai cani.
Prima di andarmene mi faccio un paio di giri in macchina, quasi come se volessi aggiungere distanza alla distanza. Ogni tanto apro il finestrino e scatto, un po’ come si fa allo zoo safari. Ho appena scattato una foto a uno che sta in piazza con il casco in testa (poco prima gli avevo scattato un’altra foto mentre parcheggiava la sua motocicletta). Considerando l’età avanzata del soggetto mi pare un bel gesto di anticonformismo, ma la scena può anche essere interpretata come segno ulteriore della Caporetto di cui parlavo prima.
Quando venivo a scuola, verso la fine degli anni settanta, era il miglior periodo di questa terra e non lo sapevo. C’era qualcosa di vivo che serpeggiava in mezzo alle giornate. Non avrei immaginato, trent’anni dopo di aggirarmi ancora in questi luoghi, tra le stesse pietre, le stesse strade. A Lacedonia si vive nel ricordo di un passato in cui c’erano tanti uffici e adesso non c’è neppure un negozio di Scarpe. A me questo non dispiace. Sono venuto qui proprio per le cose che non ci sono. In fondo le delusioni, le mancanze, sono le stampelle a cui si sorregge la mia scrittura.
Tornando a casa penso a quel che posso scrivere di questa mia mattinata. Guardo le foto: quella del signore col cappotto chiaro mi pare bellissima. Penso al dispiacere con cui il volenteroso Sindaco leggerà le mie righe: Arminio e il suo solito pessimismo che non gli fa vedere le cose belle. Allora posso solo confessare che io non vedo quello che c’è, ma inseguo le mie visioni. Le vecchie con le buste in mano esistono solo nella mia fantasia malata. Perfino questi paesi esistono solo nella mia testa. A Lacedonia c’erano bravissimi giocatori di calcio. E sono nati bravissimi musicisti come Pasquale Innarella, ma suonano altrove. Se mi sforzassi potrei sicuramente trovare altre note positive, ma io non sono un suonatore.
Acif “V.Hugo” Avellino
associazione senza scopo di lucro
“La poesia? Ä– semplicemente il bisogno che abbiamo d’incontrare le cose e gli esseri del nostro mondo ordinario, l’unico che esista, in maniera più immediata e piena di quanto non permetta l’esercizio del pensiero concettuale”(Yves Bonnefoy)
un intrattenimento periodico con poeti italiani e francesi
…
……
Franco Arminio par lui –même,
introduce Adele Cerreta
……
28 febbraio 2008 ore 18.00 in sede
Associazione culturale italo-franceseACIF “V.Hugo”-Alliance Française
piazza XXIII novembre-palazzo V.Hugo 83100 Avellino
partita Iva 02193600646
tel. e fax 39 0825 780753 3394456609 e-mail:acif@allianceav.it oppure:acif.av@libero.it web:www.allianceav.it
Ho l'Irpinia nel ventre. Mi emozionano i boschi di Monteverde e le alture spoglie del Formicoso, i monti del Terminio e il luccichio dei paesi che di notte si ammirano da Nusco. Da giorni ho sul tavolo le bozze di un libro che la prossima estate uscirà in un'edizione importante, ma non le riesco a guardare. Da mesi devo montare un nuovo documentario sull'Irpinia d'oriente e non riesco a concentrarmi. Tutta la mia passione in questo momento è per la politica. Leggo i giornali, seguo perfino i programmi televisivi, mi lascio travolgere da un fiume di fango perché come tanti mi sembra che in questo fiume adesso si può anche trovare qualche vena d'oro. È un tempo terribile, ma è terribile mostrare il broncio al proprio tempo e ai propri luoghi. Io amo l'Irpinia, l'Irpinia che c'è adesso. Non me ne importa nulla di chi l'ha manomessa e oltraggiata. Guardo quello che c'è e sento che è tanto.
Avrei voglia di andare in giro a fare comizi e raccontare la bellezza che stiamo sprecando. Ho il sogno di una provincia che si lega al suo paesaggio, che lo accudisce senza chiedere nulla in cambio. Inutile lamentarsi per quello che fanno o non fanno gli altri. Andrò nei paesi a raccontare la leggenda di una politica alta e altra. Farò i miei comizi all'anziano che divide con me la panchina nella piazza di Lacedonia o di Candida. Parlerò ai ragazzi che stanno intorno alla macchinetta delle scommesse sportive. Parlerò in nome di un sogno e non certo dei tristi personaggi di cui si discorre ogni giorno sui giornali. Non bisogna cadere nella trappola di considerare quelle che vediamo le uniche scene possibili. Siamo al punto che perfino la critica a certi personaggi finisce per renderli gli unici deputati a esercitare la politica. Allora non andrò a parlare degli assessori regionali che si autopromuovono e prenotano un seggio per il parlamento. Non parlerò di quelli che nelle riunioni fanno i cosiddetti "interventi". Oggi non si fanno più i comizi, si interviene. La maggior parte di questi interventi consistono nel dire quello che hanno detto gli altri, con la differenza che siamo stati noi a dirlo. È raro che si torni a casa contenti quando si partecipa a questo tipo di riunioni. Io ci torno con la faccia infiammata dalla rabbia. Non sopporto questo uso sciatto e opaco della lingua, la più gloriosa delle nostra facoltà. So di avere finalmente molti compagni di strada. So, lo sanno tutti quanta insofferenza si è diffusa in una regione dove non funziona il riciclo dei rifiuti, ma quello dei politici è perfettamente efficiente. In questi giorni è tutto un brulicare d'incontri in cui alcuni politici decidono il destino dei loro colleghi i quali a loro volta decidono il destino di altri colleghi, il tutto in una giostra in cui a girare sono sempre gli stessi.
È tempo che la stanchezza per questa situazione si traduca in comportamenti coerenti. Non è una buona idea tirarsi fuori non andando a votare: è un modo di contestare la malapolitica senza perderci niente. Non va bene neppure il giochino dell'antipolitica: chiedere alla "casta" di togliersi di mezzo ed è come dire a una cane che sta montando una cagna di terminare l'operazione. Difficile immaginare che il cane ci possa ubbidire, a meno che non prendiamo la mazza e la brandiamo contro i copulatori a quattro zampe. Per i cittadini non violenti la mazza sarebbero le elezioni, ma i politici hanno inventato un sistema elettorale che impedisce l'uso della mazza. Altro che porcata: siamo di fronte a una legge geniale, una legge che sarà difficile cambiare.
A questo punto bisogna saper credere generosamente nella imprevedibilità della vita e della storia. Nessuno sa quello che accadrà fra qualche mese nella nostra Italia e nella nostra Irpinia, anche se molti si illudono di saperlo. Forse l'unica certezza è che non ci accadrà niente di buono se tutti non avremo un po' più di coraggio. Il coraggio di dire che ci sono persone impresentabili ma ce ne sono anche tante che hanno meriti e talenti. Nel partito democratico non c'è tempo e non c'è nemmeno bisogno di fare le primarie. Basterà che alle assemblee che verranno la gente dica in libertà ciò che pensa e tutto non sarà, non potrà essere, come prima.